In questo posto dove bisogna dimostrare qualcosa...

«Dio mio, ma allora cos'ha lei all'attivo?...»
Io? - [un balbettio, nefando, non ho presto l'optalidon, mi trema la voce di ragazzo malato] -
Io? Una disperata vitalità.

giovedì 28 aprile 2011

La mente cerca un senso, ma il senso non è un ente assoluto, esiste fittiziamente soltanto nella mente. Forse niente ha un senso. Perchè esistiamo e perchè pensiamo? Perchè siamo capaci di percepire noi stessi e quindi di sentire la necessità di essere qualcosa, qualcosa che abbia un senso?
Possiamo ipotizzare che qualcosa che possiamo chiamare la Natura, ha riservato una funzione alla nostra coscienza. Ma qual è? Non può che essere lecito allora cercarla, indagarla proprio con gli strumenti della mente e del corpo.
E questa sofferenza? O forse meglio chiamarla insofferenza, nausea o mal di vivere, malessere esistenziale? E' semplicemente l'effetto collaterale del non aver ancora trovato questa olistica risposta?
Se morissi. Persone care soffrirebbero. Ma ha senso preoccuparsi di ciò? Se fossero coscienziosamente coscienti dovrebbero (dovremmo) soffrire ugualmente adesso, sempre.
E poi la morte forse è l'uscita da tutto ciò. La porta per il prossimo passo. Forse ancora un'altra vita, possibilmente più illuminata.

domenica 17 aprile 2011

Franco Battiato - E ti vengo a cercare

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.
E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
Emanciparmi dall'incubo delle passioni
cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un'immagine divina
di questa realtà.
E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

giovedì 14 aprile 2011

"Sarà impossibile dimenticare, perdersi, annoiarsi"

Lo ha affermato un importante esponente di Google parlando del futuro delle tecnologie informatiche e della comunicazione.
Secondo me è molto significativo. Rappresenta molto bene un aspetto sempre più importante del mondo in cui viviamo. E io sono preoccupato per tutto ciò. Lo so, sono malato di mente, ma voglio provare a spiegarmi.
Intanto la forma di questa dichiarazione tradisce, voglio sperare soltanto casualmente, il tono con cui secondo me tutto ciò in realtà arrivi dall'alto, cioè dall'espressione del Potere: "sarà vietato ..."; ma soprattutto vengono dati come negativi aspetti dell'esistere intimamente collegati alla natura umana e che da sempre costituiscono degli ingranaggi importanti del nostro vivere: dimenticare, perdersi, annoiarsi. Questi fenomeni sono soltanto delle negatività o è più giusto catalogarli comunque nel repertorio degli stimoli umani?
Mi rendo conto di quanto questa discussione sia difficile da condividere, d'altra parte spingendo oltre questo mio ragionamento, dovrei pure osservare come ad esempio la malattia possa essere vista come funzionale ad un momento di guarigione e come la prevenzione attiva della malattia neghi questo momento.
In ogni caso quello su cui secondo me non si riflette sufficientemente è il perchè la nostra società si spinge in questa direzione e se questa sia la direzione giusta.
Adesso voi direte che sei fossi uno che non si perde in tutto, annoiato e noioso, nonchè "mezza-testa", non avrei scritto queste osservazioni e l'umanità intera me ne sarebbe stata grata... ma io voglio farvi osservare che potrebbe anche essere qualcuno ben più valido di me a venire negato di questi stimoli!
Insomma, io credo che in un mondo siffatto, non ci sarà più un Van Vogh, un Francesco D'Assisi o un Leonardo. I loro bambini-potenziali non troveranno noia d'affrontare e da risolvere accedendo la loro genialità, non si perderenno nella ricerca del significato della vita, dell'esistenza e dell'arte, e non avranno la libertà di dimenticare chi sono per potersi così riscoprire al centro dell'universo o di un quadro dipinto durante un'estasi creativa o mistica.

lunedì 11 aprile 2011

Metafore potenti

A volte capita di ascoltare o di riuscire ad elaborare similitudini, metafore o raffigurazioni particolarmente efficaci nel descrivere un concetto, una sensazione, un sentimento, una dinamica nascosta o astratta o comunque qualcosa di difficilmente afferabile per descrizione diretta.
Basta avere fiducia in chi si sta esprimendo per afferrare l'essenza di questo tipo di messaggi che a volte vengono espressi anche involontariamente o si manifestano autonomamente.
Ad esempio mi e' sembrato particolarmente efficace il concetto di "nube della non-conoscenza" nel libro dall'omonimo titolo di un anonimo del XIV secolo. Viene descritto come questa nube si interponga tra l'uomo e Dio e che l'anelito a capire il significato dell'esistenza rappresenti la nostra necessita' di riuscire a vedere immersi in questa nube.

Dicono sia un giorno triste

quello in cui finalmente lasci cadere le tue catene, lo spazio libero che ti si apre ti intimorisce e ti senti solo come non ti eri mai sentito prima.
Capisci che quelle catene erano pure un conforto, il pretesto per per non andare via, per non lasciare ciò di cui ti eri circondato, le tue abitudini, i tuoi vizi a volte mascherati da false debolezze o dalla cattiva sorte, la tua immagine, le tue idee.
Ma adesso sei libero.
Per un momento pensi di fingere riprendendo in mano le catene che magari nessuno ha visto cadere. Ma non si può dissimulare la libertà acquisita.
Adesso bisogna fare il primo passo. E già questo pesa, come un segno, come l'aria solenne nel giorno del Venerdi' Santo, come la paura di accorgerti che crescendo, cose come la tua infanzia, i tuoi ricordi e persino i tuoi genitori, si allontaneranno dalla tua vita. Per sempre.
Ma sembra non ci sia scelta. Rimanere sarebbe come dissacrare qualcosa che sta al di sopra delle nostre scelte e della nosta comprensione.
Bisogna andare. Non conosciamo mai il percorso, ma la sensazione che la luce del passato sia in realtà la luce unica della vita e che questa illuminerà il percorso se soltanto ci crederemo abbastanza, ci da la fiducia di cui abbiamo bisogno.
Vai. E sii un uomo coraggioso e sorridente.

domenica 10 aprile 2011

La poesia è una prolungata esitazione tra il senso e il suono.
Paul Valery

è una bugia?


che sia possibile vivere una vita da soli? Coerenti con la propria anima, con la propria sete di conoscenza e del conseguente errare per i luoghi del mondo e dello spirito, cercando gli estremi di un filo che si dipana nella nostra vita che supponiamo porti al senso dell'esistere.
Questa immensa contraddizione e lotta tra l'incipit e il finale di "into the wild".
Forse soltanto la profonda consapevolezza del capire che niente è reale se non è condiviso non vale una vita di solitudine e di ricerca? E se questa verità non è nella mia essenza, se invece ho fame di conoscere senza venire meno alla coerenza della solitudine?
Ma questa nostra realtà punisce d'angoscia e d'alienazione chi cammina da solo nelle strade del mondo.
Si rimane sbagliati come un vagabondo nel mezzo di un'autostrada.

lunedì 4 aprile 2011

ppp


Avrò avuto 10 o 11 anni quando ho letto Il libro della giungla di Kipling. Come romanzo per ragazzi credo possa essere considerato abbastanza difficile, poichè lento ed elaborato. E ciò vale soprattutto ai nostri giorni in cui la rapidità dei messaggi pubblicitari che ci circondano ci hanno tolto la capacità di approcciare messaggi strutturati e che richiedano attenzione.
Eppure quello che mi torna in mente nello scrivere questo primo post, mentre rifletto sul significato della comunicazione letteraria, del perchè scrivere e del perchè leggere, è un passaggio della mia lettura di questo libro.
Ero un bambino quindi. Stavo in cucina e mentre i miei genitori e le mie sorelle erano a tavola io ero seduto sul divano e leggevo. Il capitolo era intolato Rikki Tikki Tavi, ed era la storia di una mangusta (questo il suo nome) e delle sue vicissitudini contro una famiglia di serpenti che minacciavano la serenità della gente che la aveva adottata.
In particolare il passaggio che ricordo è quello in cui Rikki Tikki Tavi ingaggia la lotta contro uno di questi serpenti e dopo essere riuscito ad azzannargli la testa in un agguato, egli lotta per mantenere la morsa mentre il rettile si divincola e cio' rappresenta una questione di vita o di morte perchè il serpente riuscirebbe senz'altro ad ucciderlo. La lotta quindi è una lotta di nervi e di freddezza, che consiste nel riuscire a mantenere la morsa fino alla morte della vittima per la mangusta, e nel tentare di divincolarsi o indurre essa a lasciare, anche con dei bluff, per il serpente.
Fu quello che successe a me mentre leggevo queste righe, che voglio descrivere.
Ad un tratto mi accorsi che la narrazione mi aveva preso al tal punto che mi ero completamente immedesimato mentre seguivo la tenacia e gli sforzi della mangusta, e mi sorpresi a divincolarmi da seduto con il libro in mano.
Quando la lotta terminò alzai gli occhi e vidi i miei mangiare e sentii il suono della televisione.
Capii quindi che ero stato in un altro mondo e che soltanto adesso ero tornato.
Questo potevano fare i libri. Era una scoperta incredibile per me, e riusciì ad accettarla solo perchè ero un bambino e soltanto i bambini possono dare il giusto valore a cose di questo tipo. Attribuire cioè a sensazioni molto intense l'attributo di incredibile, di magico. E la cosa meravigliosa è che se non si tradisce la proprio infanzia, queste grandi scoperte rimangono ad accompagnarci per tutta la vita.
Negli anni la voglia di leggere non mi ha mai abbondanato e questi momenti "magici" si sono ripetuti altre volte, nonostante una mia crescente mancanza di concetrazione e di attenzione generale che non ha risparmiato neanche l'attività di lettura. Ricordo ad esempio certi passaggi de "Il richiamo della foresta" (chissà che non ci sia qualcosa che predisponga alla lettura rilassata e concentrata nelle storie di animali...).
Torniamo ai giorni nostri e in particolare ai miei. E' stato circa un anno fa che ho cominciato ad interessarmi di Pier Paolo Pasolini. Internet rende estremamente facile esplorare l'opera, l'arte e la vita di molte persone e personaggi. In questo caso ho iniziato sentendo un riferimento in una canzone (dei Baustelle: "Pasolini è morto per noi, morto a bastonate per noi"), poi ho letto la biografia e ho visto qualche video su youtube. Fu così che finii per comprare e leggere le Lettere luterane e gli Scritti corsari.
Ed ecco che succede qualcosa che si riallaccia a quel momento della mia infanzia. Nella pagine di Pasolini ritrovo una forma di immedesimazione la cui intensità è simile a quella di Kipling, ma di una qualità diversa. Non si tratta più "risonanza" emozionale ma piuttosto di qualcosa di intellettuale che riesce a restituire pure un sollievo di tipo esistenziale. Erano parole liberatorie. Tutto ad un tratto capii quanto può essere falso tutto ciò che ci circonda e di cui noi solitamente non osiamo dubitare: la morale, i doveri ed i diritti, le virtù ed i meriti. E la nostra mente è stata ben educata a non scavalcare i limiti oltre i quali tutto può essere visto e quindi analizzato ed eventualmente messo in discussione.
La "estasi" della lettura di Pasolini è quindi anch'essa dovuta al viaggio in nuovo mondo, quello reale, all'interno del quale lo spazio per la mente delle gente è stato ristretto in confini quasi invisibili di cui spesso non si sospetta neanche l'esistenza. Siamo convinti che quello che siamo e quello che facciamo sia il frutto delle nostre scelte, e che siamo noi a non voler uscire dallo spazio delimitato dal recinto.
Ma io non sapevo di questo recinto, pensavo che i confini del mio mondo fosserò i confini del mondo. Quando ecco che arriva un pastore errabondo che mi chiama dall'altro lato della steccata.
E' lui, è Pasolini, "vittima" di una felicità così grande che non può fare a meno di rimanere nei pressi del recinto cercando di aiutare i suoi fratelli, i suoi figli.
Ed il suo fascino è quello di chi conosce spazi immensi come infinite praterie illuminate dalla grazia di Dio a cui tutti prima appartenevamo e che adesso abbiamo dimenticato.