In questo posto dove bisogna dimostrare qualcosa...

«Dio mio, ma allora cos'ha lei all'attivo?...»
Io? - [un balbettio, nefando, non ho presto l'optalidon, mi trema la voce di ragazzo malato] -
Io? Una disperata vitalità.

lunedì 4 aprile 2011

ppp


Avrò avuto 10 o 11 anni quando ho letto Il libro della giungla di Kipling. Come romanzo per ragazzi credo possa essere considerato abbastanza difficile, poichè lento ed elaborato. E ciò vale soprattutto ai nostri giorni in cui la rapidità dei messaggi pubblicitari che ci circondano ci hanno tolto la capacità di approcciare messaggi strutturati e che richiedano attenzione.
Eppure quello che mi torna in mente nello scrivere questo primo post, mentre rifletto sul significato della comunicazione letteraria, del perchè scrivere e del perchè leggere, è un passaggio della mia lettura di questo libro.
Ero un bambino quindi. Stavo in cucina e mentre i miei genitori e le mie sorelle erano a tavola io ero seduto sul divano e leggevo. Il capitolo era intolato Rikki Tikki Tavi, ed era la storia di una mangusta (questo il suo nome) e delle sue vicissitudini contro una famiglia di serpenti che minacciavano la serenità della gente che la aveva adottata.
In particolare il passaggio che ricordo è quello in cui Rikki Tikki Tavi ingaggia la lotta contro uno di questi serpenti e dopo essere riuscito ad azzannargli la testa in un agguato, egli lotta per mantenere la morsa mentre il rettile si divincola e cio' rappresenta una questione di vita o di morte perchè il serpente riuscirebbe senz'altro ad ucciderlo. La lotta quindi è una lotta di nervi e di freddezza, che consiste nel riuscire a mantenere la morsa fino alla morte della vittima per la mangusta, e nel tentare di divincolarsi o indurre essa a lasciare, anche con dei bluff, per il serpente.
Fu quello che successe a me mentre leggevo queste righe, che voglio descrivere.
Ad un tratto mi accorsi che la narrazione mi aveva preso al tal punto che mi ero completamente immedesimato mentre seguivo la tenacia e gli sforzi della mangusta, e mi sorpresi a divincolarmi da seduto con il libro in mano.
Quando la lotta terminò alzai gli occhi e vidi i miei mangiare e sentii il suono della televisione.
Capii quindi che ero stato in un altro mondo e che soltanto adesso ero tornato.
Questo potevano fare i libri. Era una scoperta incredibile per me, e riusciì ad accettarla solo perchè ero un bambino e soltanto i bambini possono dare il giusto valore a cose di questo tipo. Attribuire cioè a sensazioni molto intense l'attributo di incredibile, di magico. E la cosa meravigliosa è che se non si tradisce la proprio infanzia, queste grandi scoperte rimangono ad accompagnarci per tutta la vita.
Negli anni la voglia di leggere non mi ha mai abbondanato e questi momenti "magici" si sono ripetuti altre volte, nonostante una mia crescente mancanza di concetrazione e di attenzione generale che non ha risparmiato neanche l'attività di lettura. Ricordo ad esempio certi passaggi de "Il richiamo della foresta" (chissà che non ci sia qualcosa che predisponga alla lettura rilassata e concentrata nelle storie di animali...).
Torniamo ai giorni nostri e in particolare ai miei. E' stato circa un anno fa che ho cominciato ad interessarmi di Pier Paolo Pasolini. Internet rende estremamente facile esplorare l'opera, l'arte e la vita di molte persone e personaggi. In questo caso ho iniziato sentendo un riferimento in una canzone (dei Baustelle: "Pasolini è morto per noi, morto a bastonate per noi"), poi ho letto la biografia e ho visto qualche video su youtube. Fu così che finii per comprare e leggere le Lettere luterane e gli Scritti corsari.
Ed ecco che succede qualcosa che si riallaccia a quel momento della mia infanzia. Nella pagine di Pasolini ritrovo una forma di immedesimazione la cui intensità è simile a quella di Kipling, ma di una qualità diversa. Non si tratta più "risonanza" emozionale ma piuttosto di qualcosa di intellettuale che riesce a restituire pure un sollievo di tipo esistenziale. Erano parole liberatorie. Tutto ad un tratto capii quanto può essere falso tutto ciò che ci circonda e di cui noi solitamente non osiamo dubitare: la morale, i doveri ed i diritti, le virtù ed i meriti. E la nostra mente è stata ben educata a non scavalcare i limiti oltre i quali tutto può essere visto e quindi analizzato ed eventualmente messo in discussione.
La "estasi" della lettura di Pasolini è quindi anch'essa dovuta al viaggio in nuovo mondo, quello reale, all'interno del quale lo spazio per la mente delle gente è stato ristretto in confini quasi invisibili di cui spesso non si sospetta neanche l'esistenza. Siamo convinti che quello che siamo e quello che facciamo sia il frutto delle nostre scelte, e che siamo noi a non voler uscire dallo spazio delimitato dal recinto.
Ma io non sapevo di questo recinto, pensavo che i confini del mio mondo fosserò i confini del mondo. Quando ecco che arriva un pastore errabondo che mi chiama dall'altro lato della steccata.
E' lui, è Pasolini, "vittima" di una felicità così grande che non può fare a meno di rimanere nei pressi del recinto cercando di aiutare i suoi fratelli, i suoi figli.
Ed il suo fascino è quello di chi conosce spazi immensi come infinite praterie illuminate dalla grazia di Dio a cui tutti prima appartenevamo e che adesso abbiamo dimenticato.

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